La leggenda del maiale da tartufo La leggenda del maiale da tartufo

Il tartufo più grande del Nuovo Millennio Il tartufo più grande del Nuovo Millennio

Quando si è accorto che aveva trovato il "tartufo del secolo" (o quasi), ha calmato il cane, si è messo a sedere e si è acceso una sigaretta, contemplando quel regalo della natura che gli frutterà una cifra – per ora – top secret. Mauro Del Greco, livornese di 50 anni che ha ricevuto a San Miniato il premio "Il tartufo di diamante", il 26 novembre ha trovato un tartufo bianco di 2 chili e 10 grammi, inferiore solo a quello di 2 chili e 520 grammi scoperto nel 1954 da Arturo Gallerini. Da buon tartufaio non svela le "coordinate" del ritrovamento ma si limita soltanto a dire che la tartufaia si trova vicino ad una strada e che il tartufo era nei pressi di due giovani pioppi. «Perché, se ve lo dovessi dire, vi direi una bugia», scherza.
 
Ma chi si è accaparrato il tartufo "dei sogni"? Su questo il 50enne mantiene il più stretto riserbo. «Mi sono affidato ad un contatto di fiducia, un ristoratore – racconta – ma non posso dire niente, né sulla cifra né sul compratore. Molto probabilmente finirà all'estero». Si parlava – indicativamente – di 50.000 euro di valore ma i tartufi di questo "lignaggio" sono come opere d'arte, non hanno un prezzo standard.
 
Di sicuro Del Greco deve ringraziare Enea, il suo lagotto, un instancabile cane da tartufi. E poi deve dire grazie ad una serie incredibile di circostanze, che Del Greco stesso racconta: «Quel giorno la mia auto era rotta, così ho preso quella di mia moglie, che non ha la trazione integrale. Per questo mi sono recato in una tartufaia vicino alla strada, dove di solito trovo uno-due tartufi all'anno. Ho fatto scendere Enea e dopo un minuto mi sono accorto che "raspava" (cioè scavava con le zampe ndc): sono arrivato lì e a circa 15-20 centimetri c'era un tartufo. Sul momento non ho capito quanto fosse grande, tanto che man mano che scavavo pensavo che i tartufi fossero più di uno. Invece, alla fine, era un pezzo unico. A quel punto l'ho messo in un cencio e l'ho portato alla redazione del Tirreno a Livorno. Devo dire che è stata una soddisfazione immensa, indipendentemente dai soldi: era quel tartufo che sognavo da una vita».
 
Da Il Tirreno, 30/11/2018

Andrea Zega

E' una leggenda o – come tutte le leggende – nasconde qualcosa di vero? Il maiale da tartufo, la nemesi del lagotto romagnolo o del riccio pisano, ha veramente una tradizione da "scovatore" da tartufi? Serve una premessa, che ci fa fare un salto indietro di oltre 100 anni: fino all'inizio del Novecento i tartufi erano delle "patate puzzolenti" che venivano mangiate con nonchalance dai maiali (che, insieme ai cani, venivano impiegati nella caccia di questo fungo ipogeo). Senza contare che quando erano gli umani a trovarli, i tartufi venivano comunque portati alla porcilaia per il banchetto dei suini. Insomma, i maiali hanno scoperto questi tesori ben prima dei loro "amici" a due gambe.
 
Oggi, in verità dal 1985, il maiale non può essere impiegato nella caccia al tartufo (se non nelle tartufaie private). Un animale che – rispetto al cane – possedeva anche dei vantaggi nel ricoprire questa mansione (ma anche altrettanti svantaggi). Per quanto riguarda i primi: il suino ha un olfatto molto sviluppato e in un breve lasso di tempo può individuare anche tartufi situati in profondità; il maiale è un "appassionato" di tartufi, scava per mangiarli; si addestra in un lasso di tempo minore; rispetto al cane cerca il tartufo dall'odore più non forte, non quello che è stato addestrato a cercare. Ma ci sono – come detto – anche tanti contro: innanzitutto il maiale è molto più impattante sull'ecosistema, scava buche, distrugge radici e anche piccole piante; e poi il suino mangia il tartufo, senza dimenticare che non è propriamente semplice da trasportare data la mole. Infine, rispetto al cane, tende a stancarsi prima.
 
Tutte questioni di forma, perché comunque il maiale in Italia non è impiegabile in questo ambito (salvo i casi prima citati). Una storia, quella del maiale, che affonda le sue radici nella mitologia della "caccia" al tartufo, simbolo di un mondo che fu e che oggi permane nei ricordi dei nostri anziani. 

Mauro del Greco

Perché si chiama Tuber Magnatum Pico? Perché si chiama Tuber Magnatum Pico?

Il nome botanico del tartufo bianco è "Tuber Magnatum Pico". Le prime due parole sono latine e di fatto identificano un tubero – che in realtà è un fungo ipogeo, cioè sotterraneo – dei ricchi signori. Ma perché l'aggiunta finale di "Pico"?

La spiegazione affonda nella notte dei tempi e inizia 5 secoli fa: nel 1536 Ciccarello di Bevagna, coltivatore autore del volume "De Tuberibus" per la prima affermò che il tartufo era un particolare tipo di fungo. L'inglese Ray, invece, nel 1699 aveva evidenziato la presenza di semi nei "funghi" e pochi anni dopo Geoffray (1711) fu il primo a catalogare correttamente il tartufo. Il nome "Tuber Magnatum", per il tartufo bianco si deve al medico torinese Vittorio Pico, che nel 1788 realizzò una lunga tesi all'Università di Torino con tema i funghi, nella quale definì il tartufo il "fungo dei potenti". Da allora il nome del medico si legò per sempre a quello del fungo più cercato e prezioso al mondo.

Trovato tartufo bianco di 632 g con lo sfondo la Rocca Trovato tartufo bianco di 632 g con lo sfondo la Rocca

Un ritrovamento inaspettato e da record, di quelli da ricordare e da raccontare a figli e nipoti: Andrea Zega, imprenditore agricolo sanminiatese di 34 anni, ha scoperto col suo cane Spino un tartufo da 623 grammi sulle colline sanminiatesi.

Le coordinate, come per ogni tartufaio che si rispetti, rimangono top secret. "Posso solo dire – rivela – che quando l'ho trovato vedevo la Rocca di San Miniato". Andrea per ogni stagione del tartufo indossa i panni del tartufaio e col suo cane Spino (un incrocio sanminiatese) va alla ricerca di queste pepite sotterranee e dall'odore inconfondibile. Giovedì 29 ottobre, poco dopo pranzo, insieme a Spino ha vissuto il momento più emozionante della sua carriera da tartufaio: "Ho visto che Spino iniziava a raspare e mi sono avvicinato affinché si fermasse e non rovinasse il tartufo. Man mano che scavavo piano piano vedevo che il tartufo non finiva più: è stata un'emozione immensa, una giornata che non dimenticherò mai. Il tartufo si trovava a circa 30 centimetri di profondità, Spino è stato bravissimo".

Il tartufo è già stato piazzato ma Andrea – da buon tartufaio – mantiene l'alone di mistero sia sul prezzo che sul compratore: "Peccato non averlo potuto candidare per il Tartufo d'Oro 2020 - continua - ma spero di ripresentarmi il prossimo anno con un altro esemplare così bello". In effetti una pepita da 623 grammi avrebbe potuto vincere a più riprese l'ambito premio istituito nel 1980.